Mario Quattrucci su "Le Reti di Dedalus", luglio 2013

Mario Quattrucci, "Le Reti di Dedalus", luglio 2013.
Vilma Costantini, Un colloquio impossibile, edizioni del verri.
 
Vilma Costantini è un’instancabile viaggiatrice. Cina, Africa, Americhe… e naturalmente Roma e i suoi sterminati dintorni: come dire il mondo. Ma è anche, soprattutto, una viaggiatrice della parola, del pensiero espresso e dell’inespressa e oscura profondità della mente. Un’editrice, una curatrice, una scrittrice di poesia: e dei suoi immediati dintorni, naturalmente. Come dire il campo sterminato e minuscolo dell’animo umano. Del suo, innanzitutto. E del mondo. Anima mundi, se v’è, se si dà alla ragione, o forse, più probabilmente, al sentimento dell’essere occidentale/orientale. Di ciò, in Vilma, in altre prove diverse da questa che prendiamo in esame: Aspettando l’Harmattan, Gemini gemelli…
Qui, in questo Colloquio impossibile (Edizioni del Verri 2013), il viaggio è insieme viaggio nella memoria ─ di sé, di un tempo ormai trapassato e mai estinto, dell’altro, di un altro, di un amore (peut-être, e sebbene di un amore del tutto estraneo ai codici ordinari dei fatti d’amore)… ─ e viaggio nella immanente (e inestinguibile) necessità di sapere qual è, quale sia e possa mai essere, la via e la sostanza della comunicazione. Ma ─ e qui il nodo, e qui la straordinaria richiesta ─ della comunicazione non solo e non tanto con l’altro, con il lettore, verso l’esterno, ma della comunicazione verso l’interno, per «partecipare a qualcuno il qui e l’adesso, ritornando ai luoghi della memoria, una memoria prenatale» per aprire (al destinatario di quella comunicazione o a se stessa?) «una prospettiva del tutto sconosciuta… una sorta di passaggio segreto per raggiungere un diverso grado di conoscenza».
Lo strumento, il medium, di questo sperimentale trasferimento è dunque un epistolario. O, più esattamente, un colloquio portato avanti (e, secondo il destinatario, appunto impossibile) attraverso lettere (spedite e non spedite) e parole non scritte, incontri e telefonate, sguardi profondi o fuggenti, narrazioni reciproche, definizioni, passaggi da un animo all’altro. O, ancora più esattamente riguardo al libro, un colloquio e il suo escavante commento.
Viaggio nel tempo e nella memoria quanti altri mai, questo che s’addipana nelle rosse pagine che Vilma licenzia ai nostri anni, e che intendono parlare di un anno lontano (il 1985/86), e poi degli anni fino all’Ottantanove e al suo termine ultimo del 12 aprile: per far parlare con le sue stesse parole il Poeta Antonio Porta ─ è l’esplicito intento ─ affinché egli viva di nuovo. Per tener fede, come egli scrisse alla vigilia del suo ultimo giorno, al mandato morale secondo cui «i poeti che fanno parlare i morti li riportano in vita».
E per tornare lei stessa, va da sé, a quel momento decisivo e ineguagliabile della sua vita: della sua ricerca di sé come poeta e persona, e di ciò che fu fondamento, e che tuttora persiste, di sé Vilma così com’è oggi .
Sennonché il racconto di questo ritorno ci viene dato esso stesso come recupero, in due movimenti staccati tra loro da quasi un quarto di secolo, di ciò che fu allora. Riproponendo nella prima parte ─ Il sofisma di Epimenide ─ una sorta di racconto in diretta della nascita, delle motivazioni e difficoltà di un carteggio particolare e anche (e soprattutto) “di un’esperienza umana impostata su una ricerca esistenziale e insieme letteraria”: racconto, o racconto/diario, o chiosa in corso d’opera, scritto nel 1986, e a quel punto lasciato per non essere mai più, fino ad oggi, ripreso e dato a vedersi. E poi, nella seconda parte ─ Nella disattenzione del mondo ─ con una narrazione declinata al presente che vuol essere una “ricostruzione degli avvenimenti (di allora) basata su quanto emerge da tutta la corrispondenza” e per questa via, appunto, ridare voce e vita all’interlocutore poeta.
 
Agli inizi del 1985 Vilma Costantini invia alla rivista Alfabeta le bozze della sua antologia di poesia classica cinese Coppe di giada. Le invia personalmente al direttore della rivista: il poeta, narratore, drammaturgo, critico Antonio Porta; quel “giovane Porta” amato da Sanguineti e da Vittorio Sereni che aveva dato vita, insieme ad altri grandi, dapprima all’antologia I novissimi (1961) e poi, di lì a due anni, alla nascita del Gruppo 63. Era stato al centro della Neoavanguardia italiana per oltre due lustri e ora, già da qualche tempo, su Alfabeta e su altre pagine letterarie, stava sviluppando un discorso sulla poesia a cui ella si sentiva fortemente vicina, “in particolare quando afferma la necessità di superare lo sperimentalismo fine a se stesso e di recuperare la comunicatività nel linguaggio poetico”. La lettera con cui Vilma accompagna l’antologia, spiegando le ragioni per cui l’affida proprio a lui Antonio Porta, è l’inizio del carteggio da cui l’attuale preziosissimo libro.
Gli scrive ─ è la materia della prima parte ─ proponendogli (anzi quasi imponendogli) un gioco, un esperimento, attraverso cui condurlo a quella tal forma nuova di conoscenza. Poi il contatto, l’incontro, gli incontri, le passeggiate per un’insolita Milano romanica e illuminista, gli sguardi sul Naviglio che scorre sotto casa e che riporta “al qui e all’adesso” un viaggio sul Grande Canale Imperiale di Pechino, le soste nella casa milanese del poeta, le serate a guardarlo astrarsi dal mondo giocando coi figli: e cercando di cogliere proprio quei momenti per stabilire tra loro quella speciale comunicazione, quello “scambio di domande e risposte non richieste, ricevute e silenziosamente approvate” da usare come uscio per il sé e per l’altro.
Ma l’esperimento, in un va e vieni tra desiderio di attuarlo e tentazioni di abbandonarlo (appena seduta dietro il mio scrittoio comincerò a scrivergli che non gli scriverò più: da cui “il sofisma di Epimenide”), sembra incepparsi, sebbene si sia stabilito un rapporto che è da  salvare, che Vilma vuole salvare. Di quale natura? È alla ricerca di questo senso e sostanza che, a chiosa degli eventi, nella narrazione/commento compiuta nell’86, insorgono le domande e le annotazioni spinose.
Innanzitutto, ma non solo e per ora non tanto, la prima e ovvia domanda: se c’entri qualcosa la diversità di genere, il fatto di aver scelto per l’interlocuzione (il gioco, l’esperimento) un uomo e non una donna. Insomma se si tratti, seppur non usuale, di un rapporto d’amore. Ma è possibile, si chiede Vilma all’altezza di quei primi approcci ed incontri epistolari e visivi, innamorarsi di una persona senza averla mai vista e solo dai suoi scritti? La questione è, lì per lì, accantonata, anzi respinta, ma, come si vedrà in seguito essa lievita dentro l’animo dell’autrice e, forse (ma in che modo? in che forma?), in quello di A. P. Viene però soprattutto, e incalzante, la domanda sul valore artistico dell’artificio ─ insomma se quel rapporto trattato in punta di penna possa essere, che so, annoverato fra i barocchismi valenti di cui trent’anni prima (Gadda) o per esempio qui a Roma in quel torno di tempo, era quasi un refrain. Ma poi, angosciante, l’altra domanda: se la ricerca di quel rapporto assolutamente nuovo non l’abbia condotta “alla soglia dell’irrazionale, oltre la quale non c’è che la pura follia”. Com’è follia, o almeno “equivoca” istanza irraggiungibile, ogni utopia.  
E poi: che cosa vuol dire (dire a lui A.P. e dire a noi che leggiamo) che «ho ricollegato il pensiero dell’ineluttabilità della morte con la scrittura» quasi che l’una sia conseguenza dell’altra? Forse perché, come lui stesso ha teorizzato, «tutto quello che travasa dalla vita alla carta non appartiene più a nessuno»? Ma non è invece proprio lì nella pagina scritta che l’astratto diviene concreto e che quanto era idea prende vita: vita sua propria, è vero, ma vita?
Ed è vita, del resto, il farsi via via più incalzante della domanda d’amore. O meglio la necessità di sapere di cosa sia fatto quel tale amore: ché ─ né sembra ormai esservi dubbio ─ di un amore si tratta. “…Un fantasma che abbiamo paura di evocare, come elemento estraneo e indesiderato nel rito che celebriamo alla razionale valenza dell’essere?”
Ma la difficoltà delle definizioni non è che lo specchio della difficoltà ─ anzi impossibilità ─ di quel loro colloquio, di quel “privilegiato rapporto di lettura” (così da lei detto). “Per comunicare a uno sconosciuto”, ripete a un certo punto a sé stessa, “un groviglio contorto di pulsioni a cui attribuire un significato indecifrabile, forse illusorio, ho giocato una partita con il nulla che è lì, pronto a inghiottirmi, in attesa di una mia ultima mossa, che sarà anche il mio ultimo errore”.
È chiaro dunque, o forse non chiaro ma certo, che Vilma è alla ricerca in realtà di sé stessa: sentita da sé medesima come minacciata da un buio possibile della ragione o, addirittura, da una morte incombente.
L’illusoria, anch’essa, via d’uscita è ancora una volta il racconto. Del reale. Del visto. Del vissuto in solitudine o insieme. Eventi prossimi e lontani, quadri di una mostra epocale, letture e rimandi a libri fatidici (un Eugenio Onegin, un V Canto di Paolo e Francesca…)…: immagini tutte in forma di allegorie, racconti che anziché deflettere la curva dei pensieri importuni la spingono in dentro come lama tagliente, come “un vento implacabile” di una passione simile a quella bufera che aveva travolto quei due. Ma dalle immagini, dal racconto, improvvisi, inattesi, anche presentimenti di ciò che avverrà. Ancora, ed è nelle stesse movenze di A.P. o della sua moglie, un oscuro ma denso avvertimento e preludio di morte.
La domanda s’è ormai risolta in affermazione e certezza. Lo strano straordinario rapporto non è che amore: anzi passione, anzi ossessione. E sia pur non magnifica.
Un amore però non più possibile, poiché un amore alla Abelardo e Eloisa più non è dato di vivere oggi, tempo in cui il moderno è già dietro di noi: e tanto meno di scriverne. Eppure un’ossessione reale, che la fa dubitare perfino che tutto sia ancora reale, che lui esista davvero, che lei stessa esista in realtà. Lui fatto unilateralmente specchio della sua immagine sfuggente.
La fuga di A.P. da quel gioco, divenuto per V. un’ossessione d’amore che egli pienamente comprende, è un’altra: ha deciso, e le ha detto, che trarrà dal carteggio un romanzo. Epistolare, naturalmente. E fine di tutto: la vita trasmigrata sulla pagina ─ si torna lì ─ diviene altra cosa. Una vita altra, cioè: che non appartiene più a loro.
Ma Vilma prosegue il racconto, la scrittura del diario/commento al carteggio, al rapporto, al loro esclusivo e indefinito rapporto. Racconto e scrittura che ora chiama documento: con l’intento di consegnarlo al corrispondente, con l’intento di farne anzi, lei stessa, lei anche, un racconto per te sconosciuto lettore: insomma un romanzo.
E, mentre sta ancora scrivendo di esso una parte seconda, glielo consegna.
Ma ciò che avrebbe dovuto servire a chiarire, a dirimere, a definire e soprattutto a ricevere una risposta, la porta, li porta, a un punto fermo che pare definitivo. “È il nostro rapporto” scrive “che ristagna nelle secche dell’indicibile”. E lui A.P. non ha inteso, non vuole accettare, “che la comunicazione passa sempre per il ‘Lettore-archetipico’, prima di essere allargata a tutti gli altri. Questo era il senso dell’esperimento. Ma perché ho scomodato proprio A. per realizzarlo?”.
L’anno è trascorso. La neve ricopre i prati lombardi. La musica di Schubert e il piano di Horowitz segnano il tempo di un declino di voce. Attendono Vilma altri viaggi, forse al ritorno si troveranno ancora e ne parleranno. Il racconto, quello strano mosso travagliato documento di un rapporto ossessivo e insondabile resta a quell’impasse e a quel vuoto. Nulla, in realtà, può esser descritto ─ nemmeno in forma di diario ─ di un amore al tempo del mondo postmoderno. Si può solo tentare di riaffermare di essere viva con l’acrostico di quattro versi improvvisamente apparsi una sera: Versi senza metrica / Intonati da una voce che mente onestamente / Vengono destinati / A rendere riconoscibile l’inconoscibile…
Il sofisma di Epimenide è lì, forse concluso: scrivo un diario di un amore speciale per dire che non si può scrivere più dell’amore.
Ma il documento a quel punto si chiude, anche, per un evento esterno: Vilma va in Cina, e lì resta due anni. Il testo, qualunque cosa esso sia, resta lì, senza sviluppi, privo di voce. Al ritorno…
 
Debbono passare più di vent’anni perché, dopo ciò che succede al ritorno (un anno e mezzo dopo il ritorno), l’autrice di questo libro bellissimo e sconcertante, In mezzo alla disattenzione del mondo, senta la necessità e l’urgenza di riprendere quel diario e portarlo a conclusione.
Vilma è tornata. Siamo nell’89. Antonio Porta va a Roma a parlare del loro lavoro per la rivista, e mentre lei è in cucina a preparare il pranzo cade privo di vita, umanamente ucciso da un infarto assassino.
Di fronte al colpo tremendo, di fronte all’assurdità dell’evento, Vilma scrive per Porta un poemetto. E lo manda all’anziano Maestro Luciano Anceschi. E inizia, insieme a lui, l’angosciosa ricerca del perché palese e invisibile di quella morte che ha stroncato il Poeta a cinquantatré anni, quand’era nel pieno di una sua straordinaria, forse eccessiva (dice il Maestro),  vitalità. E tornano allora alla mente, in quel momento, al momento cioè della tragedia, i preavvisi ─ a volte non fisici, non medici, immateriali ma assolutamente reali ─ di quella morte in molti modi annunciata.
A distanza di tanti anni, dunque, dopo un’elaborazione del lutto silenziosa e lunghissima, Vilma si rende conto che è “debitrice verso Antonio…, che deve ripercorrere quelle tracce seguendo scrupolosamente le indicazioni che lui stesso aveva dato in anticipo”, e di cui aveva voluto metterla a parte, facendole “un dono terribile”.
Nasce da questo debito la seconda parte del Colloquio impossibile. La ripresa, ovvero, del documento diario dell’86 per riandare, affondando le mani nel carteggio e nella memoria degli intermittenti fatti e pensieri di allora, a quella ricerca di senso: alla luce tragica, però, della morte del Poeta.
La scrittura di oggi, della seconda parte del racconto (che è anche e soprattutto un’indagine) è però ─ non poteva non essere ─ assai diversa dal Paradosso, dal documento diario scritto nell’86, nel corso stesso dell’impossibile esperimento. Qui la scrittura torna ai modi usuali della prosa di Vilma: d’intensa partecipazione interiore ma trasposta in una narrazione distesa e limpida, direi illuministica, direi galileiana.
Scorrono così davanti a noi le immagini, che la memoria della Costantini riporta sobriamente e drammaticamente alla nostra mente, di quel fatidico ’89: la caduta del Muro e l’arrovesciamento del secolo breve, la tragedia di Piazza Tien an Men di cui l’autrice è testimone diretta e, naturalmente, come un segno di quel mutamento di ere, la morte di Antonio ad aprile.
E, riprendendo in mano quel loro carteggio, lei stessa (e naturalmente noi che apprendiamo da lei) sembra scoprire quasi con meraviglia la conflittualità permanente di cui era intessuto il colloquio. Ed anche, nelle sue lettere, sue di Vilma, dopo la decisione di scrivere a due mani un diario nuovo però narrato in versi (è l’insistente richiesta di Antonio), la disperazione per la disattenzione del mondo verso una forma di scrittura, la poesia, sempre meno apprezzata, “sempre più inutile”: poiché, come le scrive Anceschi, “molte cose oggi congiurano contro la poesia”. (E, sia detto di passaggio, continuano a congiurare).
Ma Antonio sembra ad un tratto uscire da quel conflitto ─ che, è bene sottolinearlo, è ormai fuori dalle reciproche attestazioni di sentimenti e personali risentimenti ed ha, semmai, messo al centro le questioni del loro lavoro: il lavoro di poeti e scrittori ─ per trovare improvvisamente una pace.
Nella prima lettera del 1989, il 22 gennaio, le scrive che “in un pomeriggio di domenica, dopo aver letto le bozze del suo poemetto Il corpo estraneo, aveva sentito il bisogno di scriverle. Per dirle che il linguaggio della poesia era un mezzo per riconciliarsi con quell’armonia segreta dell’esistenza che la pura cronaca sconvolge di continuo. Nella poesia ritrovava la quiete dopo la tempesta. Era una conquista, una rivincita. Era il raggiungimento di una pace linguistica. Dopo anni di tempeste sulla carta mi offriva il ramoscello d’ulivo della «pace linguistica». Ma, sebbene allora Vilma non si rendesse conto del perché fosse inaspettatamente disponibile ad un dialogo, non può sfuggirle fra le righe una mal celata preoccupazione per la propria salute. E giunge dunque a pensare, ma ora, che quelle parole di pace erano lì perché forse sentiva che le forze stavano per abbandonarlo e voleva andarsene con un messaggio pacificatore.
Nelle rade lettere dell’89 ─ l’ultima è del 5 febbraio ─ il dialogo volge decisamente al tema che si ritiene di importanza vitale: il linguaggio della poesia. E torna così, ma in forma nuova, il tema della comunicazione. Con chi? Col lettore archetipico? E, ancora: si può comunicare, e in che forma, attraverso la poesia? In un lampo, in brevissime righe, appare un programma che non ha smesso mai di affaticarci da allora: “ripartire da zero, rimettere in discussione i generi, le convenzioni, gli artifici, i modi, le funzioni ecc. e adattarci di volta in volta alle necessità, ai movimenti e alle direzioni che prende la scrittura nell’incontro-scontro con quella dell’altro, il lettore a sua volta co-autore”.
Il diario in versi a due mani si svolge (inconcluso verrà poi pubblicato, postumo a Porta, nella rivista Poesia) ma è ormai soprattutto un dialogo a tre: tra Vilma e Antonio è comparsa, silenziosa e attraente, in agguato, la vecchia Signora. Antonio, i testi non lasciano dubbi, ha la certezza che la sua fine è imminente, sa che non passerà molto tempo. “E la corteggia, la sfida, invitandola a un tragico gioco a rimpiattino, mostrando… una sorta di cupio dissolvi coltivato forse da tempo”. In versi di una forza pacata ma grande, e privi di speranza e paura, Porta ci lascia il suo più dolce e lancinante ritratto di sé: “…che venga, che mi salga sopra / la mia vita è stata felice / la mia infelicità totale, / venga, se ha coraggio”.
E quella è arrivata. Lasciando in un attonito dolore Vilma e noi tutti ─ il pubblico della poesia, i lettori e seguaci e coautori (anche di quella infelicità, anche di quel permanente dialogo con la morte) di Porta e di Vilma.
Nel poemetto Il convitato ─ accluso come ultima documentazione di quel lontano 12 aprile, possiamo leggere una lassa che contiene versi di Vilma e parole di Porta: e che riguardano ognuno di noi. Sono ognuno di noi. «I versi di un poeta sono casuali» / ─ Sì, è vero, vengono estratti a sorte / non si vince nemmeno un premio di consolazione ─ / «La morte di un poeta non è mai casuale» / disse la mattina / «E così è stato anche quel pomeriggio».
Dolcemente, dolorosamente, Vilma C. si congeda da noi, concludendo con un malinconico e amaro “non posso più proseguire” la storia di quell’epistolario del secolo scorso, di quell’esperimento di comunicazione impossibile, di quell’amore speciale e senza un possibile nome.
Un libro bellissimo, che ci ha conquistato. Che ci trafigge nel mezzo della nostra felicità della vita, della nostra infelicità. Un racconto? Un documento? Un saggio, perfino. Ma soprattutto un atto d’amore.
Verso il giovane Porta, verso se stessa all’età che tu hai ora, verso l’amore, verso la grande casuale Poesia.
Mario Quattrucci


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