Francesco Muzzioli su "l’immaginazione" , sett.-ott. 2013

Francesco Muzzioli, "l'immaginazione", n.277 sett.-ott. 2013, p. 58-59 

Questo di Vilma Costantini è un libro particolare e difficilmente classificabile, non soltanto perché, pur scritto in prosa, non rientra nel romanzo di finzione, ma soprattutto perché affronta con determinazione l’esperienza vissuta dell’intreccio tra vita e letteratura. La si direbbe una scrittura autobiografica, data la coincidenza del soggetto dell’enunciazione con quello dell’enunciato, ma è piuttosto un libro a quattro mani, in quanto ricostruisce in varie fasi il rapporto con Antonio Porta, fino alla tragica morte avvenuta proprio a casa dell’autrice. Un rapporto tra persone, sì, e però giocato in gran parte attraverso la scrittura, sia come oggetto che come veicolo, essendo un contatto volutamente epistolare, «forse uno degli ultimi epistolari del Novecento».

Un rapporto fuori dagli schemi, che parte come un esperimento o un gioco, e si sviluppa come una schermaglia dove ciascuno dei due partecipanti cerca di tenere in mano il filo conduttore, da cui una serie di calibrate strategie, di ripensamenti, sfide, delusioni, attacchi e fughe. L’obiettivo è quello di utilizzare la scrittura come strumento di una autentica conoscenza reciproca, di una esperienza dell’altro portata oltre le comuni difese e paraventi quotidiani. Il nodo è quello della comunicazione, “parolone” del quale ci si riempie la bocca (la comunicazione di massa, il grande comunicatore, ecc.), mentre non copre altro che la trasmissione interpassiva. Qui, invece, se ne parla esattamente come ricerca di una «via» di relazione interindividuale che fin dall’inizio risulta molto problematica, e che noi sappiamo fin dal titolo (Un colloquio impossibile) essere una ricerca utopica e a rischio di fallimento. Nell’evolversi del rapporto, il gioco si fa ingranaggio, trappola, trabocchetto: il linguaggio, nel mentre viene scelto come strumento principale, anche per la distanza che garantisce, si rivela però difettoso e fonte di incomprensioni. Entrare dentro a questo complicato meccanismo è piuttosto difficile, non solo perché spesso sembra di mettere il naso nel privato, ma anche perché il testo delle lettere, sottoposte ancora al «vincolo temporale», è assente, viene soltanto riassunto (alcune sono addirittura andate perdute), per cui ci si trova ad aggirarsi intorno al tema e alle sue circostanze seconde, tanto più che il libro è scritto per brevi frammenti, composto come un puzzle, con salti di tempo e di luogo, appunti ravvicinati e riflessioni a distanza. Già il fatto che l’interlocutore sia indicato come A., crea un’intercapedine e suggerisce la riservatezza. Il punto è che l’esperimento viene giocato sulla enigmaticità di un rapporto che (e proprio per un  acquisto di profondità) non deve rientrare tra quelli codificati. Anche se l’autrice stessa si interroga sulla possibilità che si tratti di “pulsione mascherata”, tuttavia l’aspetto interessante è proprio il divieto della “nominabilità”. Questo sfuggire alla definizione sociale produce un sacco di questioni, conduce in «un groviglio indecifrabile», «a una voragine senza fondo», a giocare «una partita con il nulla»; eppure è accompagnato, nella sua particolarità, da emozione e forte partecipazione.
Il libro è diviso in due parti. La prima s’intitola Il sofisma di Epimenide (il paradosso classico del cretese che sostiene che tutti i cretesi sono bugiardi) a sottolineare l’aporia del linguaggio; è scritta nel 1986 a ridosso dell’esperimento e della sua prima interruzione. la seconda parte, intitolata In mezzo alla disattenzione del mondo…, è scritta una ventina di anni dopo e quindi da una distanza temporale che consente maggiore riflessione. Nel frattempo l’altro è morto prematuramente, dopo avere tra l’altro “corteggiato” la propria morte – e a questo episodio la seconda parte ritorna continuamente. È una parte in cui troviamo il racconto della visita di Porta a Pechino, con l’interscambio con la parte più vivace della cultura cinese. Veniamo anche a sapere degli sviluppi del rapporto, che ha avuto spunti di conflittualità, ma infine sembra sintonizzarsi sul progetto di un lavoro letterario. C’è qui uno dei punti focali del libro: l’esperimento si basa sull’uso della scrittura come contatto interpersonale, eppure il rischio della letteratura è in agguato fin dall’inizio, è in qualche modo inevitabilmente connesso al linguaggio stesso.
Iniziata per un solo lettore, la scrittura arriva adesso a noi, lettori esterni che possiamo coinvolgerci empaticamente, ma anche interpretare allegoricamente e storicamente. L’interesse del libro è proprio in questi risvolti irrisolvibili: da un lato ci parla della incapacità di comunicare e della precarietà dell’incontro, ma dall’altro si affida alla “forma di parola” come unica salvezza dal caos e dalla opacità della vita. È un libro dunque leggibile su molti versanti, come confessione, testimonianza, documento psicologico, ma anche come scommessa nel legame possibile tra le istanze personali e le valenze collettive del linguaggio.



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