Anna Ruchat su "Pulp", marzo-aprile 2013

Anna Ruchat, su “Pulp” n. 102, marzo-aprile 2013.

Giulia Niccolai, Cos’è “poesia”, edizioni del verri, Milano 2012, € 8,00

Il titolo di questo nuovo libro di Giulia Niccolai ricorda molto i titoli dei primi editoriali di Tam Tam. Gli manca solo il punto di domanda. Ed è forse proprio l’assenza del punto di domanda a segnalare fin dall’inizio il cambio di prospettiva rispetto ai brevi scritti programmatici dei primi anni Settanta, con i quali pure questo titolo crea da subito una linea di continuità, che non emerge soltanto nei due capitoli dedicati, come un omaggio, ad Adriano Spatola e a Corrado Costa.
Giulia Niccolai, che di quell’avanguardia è stata parte integrante, che ne ha vissuto l’inizio e – sempre più in una posizione marginale, ironica, contrappuntistica – l’interminabile fine, non si chiede dove la poesia stia andando. Si mette lì con «la somma di tutto il [suo] passato» e osserva invece i momenti di poesia che la vita ha regalato al suo sguardo: «è poesia un senso di stupore, la commozione per la straordinaria bellezza della “cosa” (pensiero, immagine, ecc.): una sorta di momentanea sospensione del giudizio critico e dunque della nostra concettualizzazione.»
Da Omero a Leonardo, a Pascoli da Melotti a Velasquez a Goya a Hopper, Giulia Niccolai parla di quei frammenti dell’arte ma anche della vita che sono stati per lei “rivelazione” e che, anche per il modo in cui sono entrati nella sua storia, sono diventati una delle «cause fondamentali» per cui ha iniziato il suo cammino spirituale che l’ha portata nel 1990 a diventare monaca buddista.
«Ciò che è poesia per uno non lo è necessariamente per un altro», comincia così questa riflessione in forma di racconto che snocciola epifanie artistiche, esistenziali e spirituali in quel gioco di accostamenti di cui Giulia Niccolai è maestra e che corrisponde bene a ciò che scriveva Corrado Costa in un editoriale di Tam Tam: «Parlare in poesia significa spingere ogni cosa verso la sua forma non attuata.»


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